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   Message 437,597 of 438,665   
   tattoo to All   
   Giustizia , un santuario comunista da sm   
   02 Feb 26 13:57:32   
   
   From: tattoo@freemail.it   
      
   Referendum giustizia, l’Associazione Nazionale Magistrati avvelena i   
   pozzi con le bufale   
      
     Pasquale Motta   
   2 Febbraio 2026 alle 13:47   
      
   Il mondo per fortuna non è solo di colore rosso...   
   Che il dibattito sulla separazione delle carriere potesse andare in   
   vacca era prevedibile. Meno prevedibile era che a perdere lucidità fosse   
   proprio l’Associazione Nazionale Magistrati, cioè l’istituzione che più   
   di ogni altra avrebbe dovuto presidiare il terreno del merito e della   
   responsabilità istituzionale. E invece no. L’ANM ha scelto di buttarsi   
   nella mischia con un coinvolgimento così livoroso da trasformarsi, di   
   fatto, nel principale agente di avvelenamento dei pozzi di questa   
   campagna referendaria.   
      
   Gli slogan sono ormai noti: la riforma come regalo ai potenti,   
   l’immunità per i politici, la magistratura imbavagliata, la fine   
   dell’equilibrio dei poteri. In questa narrazione, se si “toglie potere”   
   alla magistratura – come se la separazione delle carriere lo facesse –   
   quel potere finisce automaticamente al governo, che potrà controllare i   
   pm, neutralizzare le notizie di reato. È il catechismo del No: tre   
   poteri, uno va indebolito, gli altri due si rafforzano. Peccato che   
   nulla di tutto questo abbia a che vedere con il testo della riforma. Si   
   arriva così a sostenere che la separazione delle carriere servirebbe a   
   proteggere Santanchè, le leggine ad personam, le riformine sulla Corte   
   dei conti, perfino a spiegare perché un giudice di pace a Busto Arsizio   
   rinvia le udienze al 2032. Tutto diventa colpa della riforma Nordio,   
   tutto si tiene, tutto si confonde. E l’ANM, che dovrebbe custodire il   
   linguaggio della precisione giuridica, tace. Nessuno che dica: per   
   favore, fermiamoci, stiamo dicendo sciocchezze.   
      
   La separazione delle carriere continua intanto a essere descritta come   
   uno strumento per “controllare le notizie di reato”, per creare una   
   giustizia diversa tra politici e cittadini comuni. Una legge non più   
   uguale per tutti, ma piegata ai rapporti di forza. “Fa comodo anche a   
   voi”, avrebbe detto Nordio alla Schlein: frase trasformata in prova del   
   complotto, non in spunto di discussione sul merito. Anche qui, silenzio.   
   Nessuna bacchettata. Nessuna presa di distanza. Il salto ulteriore è   
   quello istituzionale: la riforma sarebbe stata blindata, il Parlamento   
   ridotto a passacarte, i componenti laici dei futuri Csm scelti dal   
   governo, mentre una fantomatica proposta di Forza Italia per sottrarre   
   la polizia giudiziaria al pm e consegnarla al Viminale chiuderebbe il   
   cerchio dell’assoggettamento della magistratura alla politica. Un   
   collage di piani diversi, norme inesistenti e timori apocalittici che   
   diventa però argomento morale: votare No come dovere civile. Anche qui,   
   nessuno che richiami all’ordine.   
      
   In questo clima, il punto di rottura arriva quando l’ANM denuncia le   
   Camere penali accusandole di un presunto tentativo di indottrinamento   
   degli studenti, ipotizzando addirittura un colpo di mano didattico   
   orchestrato con il ministro della Giustizia. Una vicenda inesistente,   
   che per qualche ora ha ammorbato i giornali schierati per il No. Ed è   
   qui che il cortocircuito diventa evidente. Perché mentre si gridava allo   
   scandalo contro un indottrinamento immaginario, nessuno sembrava turbato   
   da un fatto reale e documentato: in un liceo scientifico statale, il   
   “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria, viene adottato un manuale di   
   diritto che presenta la separazione delle carriere come un attacco   
   all’indipendenza dei giudici. Una tesi ideologica, priva di fondamento   
   giuridico, somministrata come verità neutra a studenti del biennio.   
   Quella sì è propaganda. Quella sì è scuola piegata a una narrazione   
   politica. Ma curiosamente non disturba nessuno.   
      
   Sul versante politico, il quadro non è meno desolante. Il Partito   
   democratico ha affidato di fatto la narrazione della campagna per il No   
   a figure come Angelo D’Orsi, assurto a frontman mediatico della   
   battaglia contro la riforma. Un professore che, mentre pontifica sulla   
   deriva autoritaria italiana, non ha mai nascosto simpatie per Putin né   
   indulgenze verso Maduro: due dittatori, il primo sanguinario aggressore   
   di un Paese sovrano, il secondo responsabile della repressione di   
   centinaia di dissidenti e dell’esodo di milioni di venezuelani. È questa   
   la voce che dovrebbe difendere lo Stato di diritto? Anche qui, nessuna   
   parola di imbarazzo, nessuna presa di distanza. Tutto è consentito,   
   purché serva alla causa del No. La stessa perdita di misura si ritrova   
   nella vicenda, ormai surreale, che ha visto protagonista Nicola   
   Gratteri. Dopo essere stato presenza fissa nei talk show e dopo aver   
   sostenuto pubblicamente, insieme a Marco Travaglio, la bontà del   
   sorteggio per il Csm – definito “la mamma di tutte le riforme”, anche a   
   costo di cambiare la Costituzione – il procuratore di Napoli arriva ad   
   annunciare una denuncia contro Fratelli d’Italia per aver rilanciato un   
   video che lui stesso aveva registrato. Un cortocircuito grottesco: prima   
   si alimenta il circuito mediatico, poi si pretende di controllarne l’uso   
   politico. Anche qui, dall’ANM, nessun richiamo alla sobrietà.   
      
   Il recinto, a questo punto, è definitivamente aperto. C’è chi evoca il   
   “sogno di Gelli” senza aver mai letto il Piano di rinascita democratica,   
   dimenticando che l’unica riforma certamente prevista da quel documento –   
   la riduzione del numero dei parlamentari – è stata realizzata dal   
   Movimento 5 Stelle con il sostegno entusiasta di Marco Travaglio. Ma su   
   questo, curiosamente, nessuno grida al golpe. Il delirio arriva al punto   
   che, tra magistrati compiacenti e opinionisti fuori controllo, qualcuno   
   sostiene che con la vittoria del Sì arriverà in Italia l’ICE, la polizia   
   federale americana vista all’opera nelle strade degli Stati Uniti. A   
   quel punto il dibattito è finito: non siamo più nella critica, ma   
   nell’immaginazione cinematografica.   
      
   Ecco allora l’immagine che resta: un’Associazione nazionale magistrati   
   chiusa in un panino micidiale, schiacciata tra populismo giudiziario e   
   ideologia tossica, incapace di distinguere le lucciole dalle lanterne. E   
   mentre denuncia indottrinamenti che non esistono, lascia passare quelli   
   veri. Perdendo, insieme alla misura, anche la lucidità che dovrebbe   
   essere il suo primo dovere istituzionale. Resta solo da augurarsi che il   
   corpo elettorale sappia distinguere il merito dal frastuono e   
   risparmiare al Paese le macerie di questo delirio.   
      
   --- SoupGate-Win32 v1.05   
    * Origin: you cannot sedate... all the things you hate (1:229/2)   

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