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|    tattoo to All    |
|    Dal campo largo al vuoto strategico    |
|    06 Feb 26 13:53:45    |
      From: tattoo@freemail.it              Un divertimento continuo, insomma un passatempo divertente, questo lo       spettacolo che offre il campo largo ogni santo giorno tra una stronzata       e l'altra , tutto per mistificare il governo.                     https://formiche.net/2025/12/campo-largo-vuoto-strategico-sinist       a-velardi/#content              C’è un punto di frattura profonda nella sinistra italiana, un varco che       – secondo Claudio Velardi, direttore de Il Riformista – rischia di       trasformarsi in una perdita permanente di identità. Il detonatore è il       ddl Delrio sull’antisemitismo, ma la carica esplosiva riguarda molto di       più: il rapporto con Israele, la cultura politica del Pd, la natura       stessa del campo progressista. Mentre la destra si ricompatta attorno a       una linea filo-israeliana, la sinistra appare paralizzata da tatticismi       interni. “Un rovesciamento storico”, dice Velardi, che investe categorie       consolidate del Novecento e ridisegna gli equilibri politici del presente.              Partiamo dal ddl Delrio: perché questo tema sta diventando una faglia       così profonda per il Pd?              Il Pd, per convenienze interne e per timore della sua base più       movimentista, ha assunto una postura ostile nei confronti di Israele       proprio mentre l’antisemitismo cresce in Europa e nel mondo. Il testo       Delrio si fonda su principi internazionali ampiamente condivisi, ma il       partito lo ha trattato come un oggetto correntizio. Un grande tema etico       è stato trasformato in terreno di manovra tattica.              Lei parla di incapacità di leggere l’antisemitismo contemporaneo. Che       cosa non vede la sinistra?              C’è un’incapacità culturale nel riconoscere come oggi si manifesti       l’antisemitismo. Restano prigionieri di vecchi cliché sugli ebrei.       Questo produce uno strappo enorme. E diventa evidente il contrasto con       ciò che accade dall’altra parte: ad Atreju, Meloni porta un ragazzo       rapito il 7 ottobre, una testimonianza limpida di solidarietà verso le       vittime e verso Israele. Mentre la sinistra attacca il ddl Delrio.              Lei parla di ribaltamento delle categorie storiche: in che senso?              Il sionismo è nato all’interno della cultura socialista europea. Oggi       tutto è capovolto. La destra ha fatto i conti con la storia ed è       riuscita a costruire un rapporto lineare con Israele; la sinistra no, e       questo è un errore strategico colossale.              Una ferita che, secondo lei, potrebbe diventare irreversibile.              Assolutamente. Ci sono persone che non torneranno più a sinistra per       questa deriva. E non parlo solo della comunità ebraica: è una questione       di credibilità, di identità smarrita.              La sinistra degli ultimi decenni è identificata come schieramento       consustanziale al potere. In che modo questo incide sul quadro politico?              Per la sua storia recente, la sinistra è diventata un pezzo       dell’establishment. E il grosso del deep state rimane ancora appannaggio       della sinistra. È lì che la sinistra vuole tornare, ricomponendo tutti i       pezzi. Ma sbaglia metodo. Si illude che basti mettere insieme gli       anti-Meloni per vincere. È l’idea del campo largo: un’aggregazione senza       visione.              Eppure nel 2006, con l’Unione, funzionò.              Allora il centrodestra era in crisi. Oggi non lo è. E il campo largo è       persino peggiore di quella esperienza. Tra Renzi e Conte possono fare       tutte le acrobazie politiche, ma Conte è un saltimbanco: non c’è alcuna       possibilità che possano governare insieme.              Lei attribuisce al centrodestra una maggiore capacità di tenuta.              Il centrodestra ha sempre gestito differenze anche profonde senza       bloccarsi sull’ideologia. E ha una leadership forte. Berlusconi nei suoi       anni d’oro era così; Meloni oggi esercita una guida attenta e prudente,       sia della maggioranza sia del Paese.              Avverte un rischio di logoramento per Meloni?              Sì. Il problema è che la sinistra, ridotta a forza protestataria, spinge       la destra a restare sulla gestione quotidiana del Paese. Così si       garantisce la sopravvivenza, ma al Paese serve una spinta in più. Meloni       rischia di consumarsi nel ruolo di semplice amministratrice.              In questo quadro, il referendum sulla giustizia cosa rappresenta?              Lo spartiacque. Se Meloni si espone troppo, mobilita tutti — anche       l’altro campo — e il rischio è che il referendum finisca con un no, che       nei confermativi parte sempre favorito. Se invece non si impegna, il suo       elettorato rischia di non andare a votare. È una partita delicatissima.              E le riforme? Cosa possiamo aspettarci su premierato e legge elettorale?              Molto dipenderà dal referendum. Se vince il sì, si può pensare a una       spallata sulle altre riforme. La legge elettorale conviene a molti,       anche nell’opposizione. Il premierato meno, ma potrebbe diventare un       terreno di scambio. Al sistema converrebbe avere insieme una nuova       capacità di rappresentanza — grazie al proporzionale — e una nuova       capacità decisionale con il premierato.              --- SoupGate-Win32 v1.05        * Origin: you cannot sedate... all the things you hate (1:229/2)    |
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