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   Message 438,182 of 438,665   
   tattoo to All   
   =?UTF-8?Q?La_Premier_=c3=a8_una_sola=2e=   
   13 Feb 26 17:05:58   
   
   From: tattoo@freemail.it   
      
   Chi pretende la presenza in aula a giorni alternati perchè non capisce   
   le cose più ovvie, chi si lamenta perchè non fa interviste, chi si   
   lamenta per la poca presenza a Niscemi dove sono spariti decine di   
   milioni del Pnrr in clientelismo come il corso per parrucchieri... ecc   
   ecc...., chi si lamenta sempre in Sicilia che non esce l'acqua dal   
   rubinetto mentre imperversano temporali e tornado nonostante i centinaia   
   di milioni spesi in passato e nessuno sa dove siano finiti, chi piange   
   miseria per abitudine, chi la vorrebbe vicino vicino...insomma poverina   
   non può essere dappertutto.   
   ----------------------------------------------------------------   
   ---------------   
      
      
   Referendum, cara Meloni scendi in campo o la stagione del ’92 non si   
   chiuderà mai: la Premier appare frenata dal fantasma di Renzi   
      
   Claudio Velardi   
   13 Febbraio 2026 alle 09:52   
   Referendum, cara Meloni scendi in campo o la stagione del ’92 non si   
   chiuderà mai: la Premier appare frenata dal fantasma di Renzi	   
      
   Sgombriamo il campo dalla superstizione dei numeri. I sondaggi sul   
   referendum sono sismografi impazziti, ballerini, spesso farlocchi.   
   Specie nei referendum confermativi, l’analisi demoscopica rischia di   
   essere un autoinganno: le pulsioni che spingono l’elettore sono   
   profonde, carsiche, difficilmente intercettabili. Eppure, una tendenza   
   si sta consolidando e sarebbe suicida ignorarla: il fronte del “No”,   
   partito in svantaggio, sta colmando il gap.   
      
   La dinamica è da manuale. Il “No” ha la forza brutale della semplicità:   
   raccoglie la bile del Paese, le incazzature diffuse, la voglia di dare   
   un calcio al “potere”, qualunque cosa si immagini che sia. Un racconto   
   truculento che proprio ieri, in un’intervista, il procuratore Gratteri   
   ha esposto con la sua abituale finezza, dicendo testualmente che per il   
   Sì voteranno ”gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i   
   centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia   
   efficiente”. Dall’altra parte, i sostenitori della separazione delle   
   carriere si perdono nei salotti buoni. Usano argomenti signorili,   
   raffinati, in convegni prevalentemente accademici. Un errore capitale:   
   se la butti sul tecnico, l’onda populista ti risponde con un sonoro   
   “vaffa” e ti travolge.   
      
   E dunque proviamo ad andare oltre, mettendo sul piatto i temi veri del   
   voto. Basta con le ipocrisie. Il 22 marzo non si vota per i commi o per   
   l’efficienza amministrativa. La posta in gioco è un’altra: si tratta di   
   chiudere definitivamente la stagione del 1992. Da più di trent’anni, un   
   asse d’acciaio tra procure militanti e sistema mediatico tiene in   
   ostaggio la politica, commissariando la democrazia a colpi di avvisi di   
   garanzia. Chi vota “No” difende questo status quo, la Repubblica   
   giudiziaria contro il primato della politica.   
      
   Qui sta il dramma, ma anche la grande opportunità di Giorgia Meloni. La   
   Premier oggi appare frenata dal fantasma di Renzi del 2016, terrorizzata   
   che “metterci la faccia” significhi suicidarsi. È un calcolo umanamente   
   comprensibile, ma politicamente esiziale. La destra non ha una classe   
   dirigente diffusa: ha solo Giorgia Meloni. Se lei non scende in campo,   
   il suo elettorato identitario resta a casa. O peggio. Perché quella   
   pancia profonda non è affatto immune alle sirene del giustizialismo;   
   subisce il fascino della divisa e delle manette, confondendo spesso la   
   giustizia con la vendetta di Stato. Se Meloni non spiega con chiarezza   
   che il nemico non è la legalità, ma l’arbitrio delle toghe   
   politicizzate, il suo stesso popolo rischia di andare a votare con i PM,   
   reggendo il sacco ai propri carnefici. Ecco perché questa è la vera   
   prova di maturità per la Premier. Scendere in prima linea non serve solo   
   a vincere nelle urne, ma a far lievitare il suo profilo, trasformandosi   
   definitivamente da capopopolo a leader liberal-conservatrice di stampo   
   europeo. Per questo deve prendere per mano la sua gente e portarla fuori   
   dalla cultura del sospetto, verso uno Stato dove le garanzie valgono per   
   tutti.   
      
   Ma c’è di più. Una battaglia così impostata, sui principi e non sulle   
   urla, può diventare un magnete per i tanti moderati orfani di una casa   
   politica, oggi schiacciati da una polarizzazione infantile e sterile. Il   
   referendum è l’occasione unica per saldare un fronte, per fare emergere   
   una “maggioranza silenziosa” solida e culturalmente omogenea, in grado   
   di dare una prospettiva di lungo periodo al Paese. D’altronde, una   
   politica navigata come Meloni non può pensare che una vittoria del “No”   
   sia indolore. Se il 22 marzo vince la conservazione, sarà il segnale del   
   “liberi tutti” per le procure. La caccia giudiziaria ripartirà con   
   ferocia, le opposizioni rialzeranno la testa, la sua leadership ne   
   uscirà dimezzata. Non ci sono alternative “soft”. Meloni deve chiamare a   
   raccolta il Paese per una battaglia di civiltà. Hic Rhodus, hic salta. O   
   compie questo salto di qualità politico e culturale, o il sistema che   
   vuole riformare finirà per ingoiare anche lei.   
      
   Claudio Velardi   
      
   --- SoupGate-Win32 v1.05   
    * Origin: you cannot sedate... all the things you hate (1:229/2)   

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