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|    tattoo to All    |
|    =?UTF-8?Q?La_scelta_di_Meloni=3a_scender    |
|    19 Feb 26 10:29:26    |
      From: tattoo@freemail.it              Dal Corriere.it              Francesco Verderami       Feb 19, 2026              Che cosa ha spinto la premier a criticare i giudici proprio nel giorno       dell'invito del presidente Mattarella a moderare i toni              Non ne farà passare più una. A ogni atto delle toghe che le apparirà       frutto di una valutazione politica più che giuridica, Giorgia Meloni       interverrà. Perché il doveroso rispetto che si deve alla magistratura —       secondo la presidente del Consiglio — non può pregiudicare il legittimo       diritto di criticare le sentenze.              E così ieri ha puntato l’indice contro la decisione che condanna lo       Stato a risarcire «con soldi dei cittadini» la Sea Watch, l’imbarcazione       di Carola Rackete «giustamente» trattenuta per aver forzato il blocco e       «speronato i nostri militari». E che la premier consideri «politica» la       scelta del tribunale di Palermo, lo si capisce dal modo in cui si è       chiesta — rivolgendosi all’opinione pubblica — se il compito dei       magistrati sia «quello di far rispettare la legge o di premiare chi si       vanta di non rispettarla».              È chiaro che Meloni abbia deciso di scendere in campo sul referendum,       perché non intende più «subire passivamente la politicizzazione» della       consultazione «da parte di un pezzo della magistratura». E lo ha fatto       sulla materia dell’immigrazione, tema sensibile a quella fascia di       elettori che — secondo i sondaggi — non sembrerebbe essere ancora       pienamente partecipe della sfida che si giocherà il 22 e 23 marzo. Di       più. La premier è convinta che con certe sentenze «quel pezzo di       magistratura schierato contro il governo» stia facendo «la campagna       elettorale a favore del Sì».              Il punto è che la sua esternazione ha seguito quella di Sergio       Mattarella: il capo dello Stato ieri ha partecipato alla riunione del       Csm e ha chiesto di abbassare i toni nello scontro referendario,       invitando a «rispettare» l’organo costituzionale delle toghe. E allora,       sarà pure una «semplice coincidenza», sarà pure che il suo «commento» ha       «seguito la notizia della sentenza», e dunque «le due cose non sono       collegate e collegabili». Ma nel giorno in cui si sono definitivamente       delineati gli schieramenti del Sì e del No alla riforma della giustizia,       c’è un motivo se Meloni ha deciso di muovere a difesa della revisione       costituzionale «che non è del mio governo ma è per il Paese», e infatti       trova accoglienza in sensibilità giuridiche e politiche «non di       centrodestra».              D’altronde la presidente del Consiglio, registrando il messaggio sulla       sentenza di Palermo, aveva chiaro che la coincidenza con l’intervento       del capo dello Stato sarebbe stata «strumentalizzata» dal fronte del No       e interpretata come un attacco al Colle. Raccontano che i suoi       collaboratori glielo avrebbero fatto presente, e che lei avrebbe       risposto d’istinto: «Piuttosto, come si dovrebbe interpretare la       decisione della magistratura comunicata proprio nel giorno in cui parla       Mattarella?».              Insomma, Meloni avrebbe rovesciato il ragionamento, attribuendo a quelle       «toghe politicizzate» la responsabilità di non aver aderito all’appello       lanciato da chi è anche il presidente del Csm: «Perché i miei toni sono       e saranno sempre gli stessi. Rispettosi ma chiari». In fondo lo stesso       Carlo Nordio, al quale si era indirettamente rivolto il presidente della       Repubblica, aveva accolto il messaggio di abbassare i toni.              Di fronte «alla lunga serie di sentenze oggettivamente assurde», Meloni       ha scelto di non restare silente. In passato aveva sottolineato il modo       in cui «certa magistratura» si era «messa di traverso». Il braccio di       ferro sul centro di accoglienza per migranti in Albania aveva imposto al       suo governo di modificare più volte le norme per adeguarsi alle       sentenze. E l’aveva colpita la decisione del tribunale di Roma, che       giorni fa aveva condannato il Viminale a risarcire un tunisino senza       permesso di soggiorno e colpito da due provvedimenti di espulsione e 23       condanne.              Ieri ha detto basta: «E mi spiace se deluderò più di qualcuno, perché       noi faremo di tutto per far rispettare le regole e le leggi dello       Stato». Così la premier ha avviato la campagna di mobilitazione per il       Sì al referendum.              --- SoupGate-Win32 v1.05        * Origin: you cannot sedate... all the things you hate (1:229/2)    |
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